Ernesto Giulio Acquaviva (Napoli 1819 - Napoli, 3 apr. 1870)
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[…] Concorriamo tutti al grande edificio: nella unità e nell’ordine è la forza! Facciamo appello a tutti coloro, che sentono in petti amore di patria – di qualunque classe o condizione – di unirsi a noi, e bando alle personalità, tutti concorrere alla grande opera! […] Così si esprimeva nel dicembre del 1861, quando ricopriva il ruolo di Collaboratore dell’Intendenza in terra di Bari.
Ernesto, figlio del conte Antonio e di Luisa Parisi, nacque a Napoli nel 1819 e morì nella medesima città il 3 aprile 1870. Durante il mandato di Giacomo Giovè (1860 – 1867) ricoprì la carica di consigliere comunale. Il periodo in questione non fu un periodo facile: nel luglio del 1862 ci fu l’assalto al picchetto della guardia nazionale di Alberobello da parte del Brigante Romano e il sindaco Giovè fu accusato di complicità negli atti di brigantaggio che dilagavano nel territorio e viene proclamato lo stato di assedio della nostra città. Pertanto Ernesto Acquaviva fu invitato a sostituire la figura del Giovè, ma non accettò probabilmente per non svilire la condotta del sindaco e giustificando la sua decisione affermando la non necessità della presenza del sindaco nella città.
Il 6 giugno 1867 fu nominato sindaco di Alberobello dal Re Vittorio Emanuele II, incarico che mantenne fino al decesso. Subito dopo l’insediamento, l’Acquaviva stabilì una commissione d’inchiesta per chiarire gli equivoci creati durante la precedente amministrazione del sindaco Giovè e affermare la verità e l’onestà tra amministratori e amministrati.
L’Acquaviva si delinea come dotto e liberale, fervente testimone di quel periodo storico: provvide a decorare la città con fanali a petrolio; alternò la sua occupazione politica con lo studio delle lettere e dell’economia. Costante fu il suo rapporto con il palazzo del 1600, utile ad ospitare i profughi, i latitanti e i condannati a morte; viene ricordato, in particolare, nell’orazione funebre di Vannetti come “uomo coraggioso e come uomo generoso e umile.
Si dice che il ricco, il povero, l’agiato, l’infelice sono accolti da lui con uguale interesse... di tutti ascolta le rimostranze senza eccezioni, senza prevenzione.