statue
La dimensione del sacro nel culto dei Santi Medici
di
Angelo Panarese
La realizzazione delle statue dei Santi Medici e il miracolo della pioggia
Così stettero le cose sino al 1782. Quell’anno e negli anni successivi, annota Morea, si fece ben altro e di maggiore importanza. Il culto dei nostri Santi cresceva ogni anno di più. Da Castellana e da Martina, soprattutto, venivano a torme i devoti a venerare i nostri Santi nella povera effigie del quadro dell’altare maggiore. Fu allora un contadino dei nostri, non ricco di censo, ma ricco di fede e di cuore, antenato nostro carissimo, certo Giuseppe Domenico Rinaldi, il quale divisò (decise) di far scolpire a sue spese due statue in legno dei SS. Cosma e Damiano da donare alla Chiesa e porre alla pubblica venerazione. E quell’anno stesso le due statue furono commissionate a un valente scultore di Andria Francesco Paolo Antolini. Tuttavia l’Antolini, portata a termine la statua di Cosma, non visse tanto da completare il lavoro richiesto, che fu poi realizzato da un maestro di Rutigliano, un certo Luca, soprannominato Tammurro.
Era intanto il maggio del 1782 e la statua di san Cosmo veniva trasportata da Andria per la vecchia e impervia via di Fasano. Ai nostri vecchi – scrive Morea – si gonfiavano gli occhi di lagrime tutte le volte che ce lo ripetevano. In quel tempo si soffriva una grande siccità, una di quelle siccità tanto frequenti nelle Puglie, che provocava desolazione e squallore. E tutta la popolazione
della Selva si era riversata sulla via nel luogo chiamato Pezza di Cinto per incontrare e vedere il Santo. E lì vista la statua, tutti piansero e supplicarono la grazia dell’acqua. Nell’aria non vi era una nuvola e il cielo era di colore scuro. Ma appena la statua di san Cosma, accompagnata da quell’onda di popolo supplichevole, nell’avvicinarsi alla città entrò nell’abitato, il cielo si annuvolò, e non furono lampi e tuoni, ma una acqua dirottissima, tanta acqua che la statua dovettero riporre in una delle prime case, quella del sacerdote don Vitantonio Matarrese, ed ivi tenerla più ore prima di portarla in Chiesa; lo che fu ritenuto siccome la prima grazia fatta da S. Cosmo al buon popolo Alberobellese.
Dopo pochi anni anche la statua di san Damiano fu portata ad Alberobello; di diversa impostazione artistica rispetto al san Cosma dallo sguardo parlante e compassionevole e dagli occhi dolcissimi, un san Damiano con quel suo volto muto e irrigidito, alla maniera bizantina. Con la sacra venuta di quelle statue, segno della protezione divina su quella umile popolazione, come crebbe la venerazione, crebbero, altresì, le esultanze e le feste in onore dei Santi Medici il 27 settembre. Parve utile a quegli spiriti semplici solennizzare quella festa non solo con delle bande musicali, le luminarie e i fuochi d’artificio, ma anche con una serie di giochi che suscitavano l’interesse del popolo e dei forestieri, quali quello della Cuccagna, delle Cavalcate, dei Simulati Combattimenti, che si svolgevano nel largo della Foggia. Nel corso del tempo il Decurionato chiese e ottenne con Decreto del 24 luglio 1820 i due giorni che precedono la festa del 27 settembre, fosse in Alberobello una fiera d’animali, la quale incontrò fortuna davvero, tanto da divenire presto quella che rimane tuttora, una delle più importanti e più frequentate fiere delle tre Province di Bari, di Lecce e di Basilicata.
Anche sul piano economico e sociale Alberobello cresceva: parecchi dei figli dei villici più benestanti divenivano sacerdoti, altri
andavano fuori, nella Capitale, per laurearsi medici e avvocati. Anche lo spirito religioso si rafforzò e si ampliò. Infatti, nell’anno
1784 capitò a predicare per i riti della Quaresima padre Giosafat del vicino Convento degli Alcanterini di Castellana che trasfuse nella popolazione alberobellese tanto amore per Dio e per i Santi Martiri e che propose un nuovo ampliamento della chiesa, al quale tutti avrebbero dovuto concorrere, non solo con le oblazioni, ma anche con l’opera delle loro mani. E un giorno che era di Domenica – scrive Morea – eccoti il buon frate dare egli l’esempio per primo; e coi piedi scalzi, che grondavano sangue, andava e veniva tra la folla dalla miniera più vicina di pietre e se ne caricava le spalle. Potete immaginarlo; tutti a seguire il suo esempio; e carri e uomini e giumenti con moto scomposto, in pochissimo tempo, ammassarono calce e pietre innanzi la Chiesa, quante ce ne voleva, e dopo alquanti mesi l’ampliamento fu fatto (17). Lo zelo di padre Giosafat, come accese la pietà dei rustici nostri avi per l’ampliamento della chiesa, così suscitò anche la devozione di alcuni sacerdoti del luogo, tra i quali, ricorda Morea, troviamo degni di assicurare alla memoria dei posteri D. Giovanni Antonio Sgobba, che a proprie spese eresse i due begli altari dedicati a san Pasquale Baylon e al Santissimo Rosario con i due dipinti che sono lì affissi e l’altro, Don Cataldo Perta, che fu il primo nostro Vicario Foraneo e che nel 1785 in visita a Roma, ebbe cura di recare seco di là due grandi reliquie autenticate del cranio di S. Cosma e del braccio di S. Damiano; reliquie che noi gelosamente custodiamo, e che con fede e amore veneriamo e venereremo sempre sempre! (18).